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Jack Vance – Il mondo degli showboat

Non c’è dubbio che uno dei tratti distintivi di Jack Vance, e forse quello che gli è più caratteristico, sia il barocchismo, delle storie, degli ambienti, dei personaggi e spesso anche dei dialoghi: e nessuna delle sue opere riesce ad esprimere questa affettazione meglio del «Mondo degli showboat» (Showboat World, 1975), che si presenta come seguito del «Grande pianeta» ma con quest’ultimo non ha nulla a che spartire, a parte essere vagamente ambientato sullo stesso mondo, in due angoli così remoti l’uno dall’altro però che le due storie non condividono nemmeno un nome o luogo o riferimento. E, a voler ben vedere, anche questo «grande» pianeta in sé sembra in realtà piuttosto due pianeti diversi, perché l’atmosfera del primo libro è completamente differente dall’atmosfera del secondo.
E forse proprio per questo «Il mondo degli showboat» è un ottimo libro di Vance, senza dubbio uno dei migliori, laddove invece «Il grande pianeta» è prima di tutto un manifesto dei temi che sarebbero divenuti ricorrenti nelle sue opere, showboat inclusi.

Una storia che sa di terra morente

Pubblicato subito in volume nel 1975, «Il mondo degli showboat» dichiara di che pasta è fatto già dall’altisonante titolo originale: «The Magnificent Showboats of the Lower Vissel River, Lune XXIII South, Big Planet», che l’editore, chiaramente privo di buon gusto e umorismo, ha subito emendato e abbreviato nel più ordinario «Showboat World». Ma, ironia della sorte, appena due anni più tardi la Pyramid Books – quel primo, austero editore – avrebbe cambiato nome in Jove Books, a sottolineare la fagocitazione da parte un pesce più grosso; mentre, nel 2005, l’edizione Vie – che sta per Vance Integral Edition, ossia quella filologicamente corretta del Vance Estate – avrebbe infine riesumato il titolo primitivo, che da allora è rimasto, senza più subire ulteriori manipolazioni, per lo meno nella versione inglese.
Già il titolo, si diceva, è tutto un programma: perché non rivela in sostanza nulla più di quanto dica la sua versione succinta ma si perde in un arzigogolo barocchistico che al lettore, soprattutto se già pratico di Vance, evoca certi titoli reboanti e boriosi della terra morente, come l’«eccellente» raggio prismatico, o il sortilegio della sfera «onnipontente», o il mago «ridente», e simili meraviglie. Tanto fumo, insomma, e poco arrosto: quel fumo, però, con cui in mancanza d’altro i protagonisti cercano di confondere gli interlocutori, destando così il sorriso divertito del lettore, che già conosce la consistenza dell’arrosto.
Ed infatti, a parte la penuria di metalli che è più un pretesto che un requisito, «Il mondo degli showboat» potrebbe benissimo essere ambientato nella terra morente, perché ne condivide la stessa atmosfera da manicomio: e certo lì si troverebbe in un ambiente ben più confortevole di quanto non sia quel grande pianeta in cui Claude Glystra ha compiuto la sua odissea alla guida di un pugno di naufraghi spaziali, dal momento che quest’altra storia impiega un protagonista che si prende sul serio e quindi, nel clima di follia che imperversa, tende anche più alla farsa, che è tutt’altro genere; al contrario, infatti, tutti i personaggi del «Mondo degli showboat» sono invece macchiettistici e per questo portati più all’ironia, proprio come Cugel l’Astuto, il dubbio antieroe dall’autostima troppo gonfiata che è il protagonista dei primi due seguiti della terra morente.

I magnifici showboat

Perciò, come in ogni storia di Vance che si rispetti, è proprio dai nomi che occorre cominciare l’analisi: e qui ci si imbatte subito negli appellativi leziosi sfoggiati dagli showboat del titolo, che ostentano nomi come «L’aurea vanità di Fironzella», «La Miraldra incantata», «Il pancomio universale», qualunque cosa sia un «pancomio» (probabilmente museo o collezione, si intuisce dal contesto, suffragato da quel prefisso «pan», «tutto»), e poi ancora «Il prisma di vetro infuocato», «Lo spirito psicopompo» e così via.
Si tratta di navi di forma e dimensioni imprecisate ma ragguardevoli, dal momento che sono dei carri di Tespi capaci di navigare le acque di vasti fiumi, in ambo le direzioni: oltre al teatro in sé, palco e spazi per il pubblico inclusi, ospitano anche gli alloggi non solo per gli attori e saltimbanchi – nella pacchianeria degli impresari fluviali la differenza tra teatro, circo e fanfara è molto sfumata – ma anche per l’orchestra e tutto l’equipaggio, più un numero imprecisato di buoi che azionano le (immense) ruote necessarie per muovere la nave controcorrente. A bordo, si rappresentano opere come «Il pescivendolo e l’anguilla parlante», «Le dodici vergini e Buffo, l’orco indecente», «Gazzilda e i suoi sfortunati idioti a doppio snodo» o il più sobrio «Emfirio», che poi è una citazione autoreferenziale, dal momento che il titolo richiama l’omonimo libro di Vance, tradotto in italiano con «Crociata spaziale».
Queste imbarcazioni percorrono in lungo e in largo l’ampio fiume Vissel e i suoi numerosi affluenti, tutti comodamente navigabili: quando raggiungono uno dei tanti insediamenti che sorgono sulle rive attraccano e inscenano le loro rappresentazioni, scelte e adattate in base alle idiosincrasie di ciascuna comunità, che, come c’è da aspettarsi in Vance, sono una più pazza dell’altra, tanto che in un caso l’autore rileva che la «cosa strana» di una certa città era proprio che «mancava di stranezze», destando così un sorriso divertito nel lettore. Vance fa l’occhiolino, e per un momento cade la quarta parete.
Anche per questa ragione ogni showboat sarebbe specializzato in una diversa forma di spettacolo: ad esempio, scrive l’autore, le rappresentazioni del protagonista erano caratterizzate «da passaggi veloci, intuito, improvvise sensazioni e sorprese»; in più, quegli «enfatizzava la farsa, le buffonate, i giochi di prestigio, i balletti eccentrici e la ricostruzione di note atrocità»; mentre il suo principale rivale, specializzato in drammoni, «preferiva presentare farse più piacevoli ed elaborate» e «costruiva i suoi spettacoli basandosi sul talento di provati specialisti». Degli altri non viene detto – alla fine non hanno alcuna rilevanza per la trama – a parte il citato «Pancomio universale», un museo galleggiante che custodisce anche antichi cimeli della terra: come una copia del Macbeth di Shakespeare che, snaturato da mille adattamenti tendenti al grottesco, verrà infine messo in scena proprio dal protagonista.

I soli quattro personaggi che contano davvero

Questi – il protagonista – è Apollon Zamp, il proprietario della Miraldra Incantata, oltre che «il più indiavolato bravaccio degli showboat»: anzi, per usare le stesse parole che gli vengono messe in bocca in un’improbabile confessione, «uomo di mondo e bravaccio perché le circostanze permettono queste qualità; altrimenti sarei balordo come uno scavacozze di Ratwick». Ne deriva così un personaggio «larger than life», perfettamente in equilibrio tra il tipico attorone di teatro così pieno di sé che si nutre della sua stessa presenza, e la macchietta farsesca che fatica ad essere all’altezza della fama che lui stesso ha creato e divulgato. Tuttavia, per quanto incarni tutte le caratteristiche tipiche di un personaggio di Vance, Zamp è completamente differente dal suo protagonista consueto, perché è tutt’altro che saccente e infallibile, e non è in lotta con i notabili della sua comunità; non più, almeno, di quanto già siano in competizione tra loro gli impresari degli showboat, considerata anche la sua rivalità con Garth Ashgale, il proprietario dell’Aurea Vanità di Fironzella.
Ashgale condivide con Zamp la reputazione di essere il migliore impresario del Vissel, il che non fa che accendere la concorrenza tra i due: ma a differenza del protagonista, quest’ultimo «affetta una languidezza elegante» e preferisce la sontuosità, la fedeltà e la verosimiglianza. La rivalità tra i due si manifesta in piccoli dispettucci, e autentici sabotaggi: Zamp ad esempio escogita un modo per far affondare l’Aurea Vanità; Ashgale si vendica architettando un piano finalizzato a suscitare la reazione violenta di certi spettatori del rivale, che daranno fuoco alla Miraldra e cercheranno anche di fare la pelle allo stesso Zamp. Il quale a sua volta deplorerà i tiri mancini di «quel turpe Ashgale» che «non ha coscienza alcuna», senza nemmeno mostrare un po’ di autocritica, dato che era stato proprio lui ad iniziare il gioco. Perfettamente in personaggio.
Il terzo tra gli imprenditori fluviali che meritano di essere citati è Throdorus Gassoon, un uomo sgraziato, magro e antiquato come la sua nave, il Pancomio Universale, una sorta di museo galleggiante: dopo la perdita del suo legno, Zamp è costretto a stringere un’alleanza di comodo con Gassoon per allestire rapidamente un nuovo showboat col quale partecipare ad un concorso indetto dal re di una terra lontana. Gassoon è tutto quello che Zamp non è, e dal contrasto sboccia ulteriore umorismo: Zamp è chiassoso ed impone la sua presenza, Gassoon è pallido, smunto e veste infatti una palandrana nera e consunta; l’uno spende tutto quello che guadagna, l’altro fa economia su tutto; il protagonista ha la sua visione di spettacolo grasso e popolano, il comprimario dedica tutto il suo tempo, il suo amore e le sue attenzioni alle curiosità, ai relitti e alle stranezze che costituiscono la sua collezione.
E così i due sono sempre dietro a bisticciare sui lavori da fare a bordo, sugli adattamenti che Zamp continua a inventarsi per «migliorare» il Macbeth, sulle soste e sugli spettacoli da mettere in scena nel loro viaggio. E, soprattutto, per i favori dell’ultimo personaggio rilevante, la misteriosa Damigella Blanche-Aster, versione abbreviata di un nome lungo diverse righe. Fredda e riservata, l’affascinante Damigella intende solo raggiungere Mornune, la terra lontana di cui sopra, senza spiegarne la ragione: anzi, fornisce motivazioni sempre diverse, a volte anche in contraddizione tra loro. È infatti l’ultima erede dei precedenti sovrani della città: e intende servirsi di Zamp e del suo invito al festival di Mornune per rivendicare il trono. Ci saranno ovviamente alcune complicazioni ma, alla fine, tutto si risolverà: e, com’era prevedibile, tanto Zamp quanto Gassoon rimarranno a bocca asciutta.

Una rivalità che non risparmia i colpi bassi

In un angolo del grande pianeta, così chiamato perché è grande tre volte la terra ma privo di ferro, scorre il lungo fiume Vissel, nel quale confluiscono numerosi affluenti, tutti navigabili: e sulle rive di questi corsi d’acqua sorge una varietà di insediamenti, che per lo più praticano una qualche forma di commercio fluviale. Le acque di questi fiumi sono però solcate anche dai maestosi showboat, sorta di teatri galleggianti, che risalgono o discendono i diversi rami del Vissel e dei suoi affluenti per portare varie forme di spettacolo ai numerosi centri abitati, ciascuno con le sue idiosincrasie: e la Miraldra Incantata di Apollon Zamp è uno di questi.
Zamp è appena stato scelto dall’emissario di re Waldemar come rappresentante degli showboat del Vissel Inferiore al festival della lontana città di Mornune, quasi sconosciuta, che sorge sul vasto lago senza fondo, molto più a nord e a monte delle rotte tradizionali. Poco prima di questo suo successo era esplosa la rivalità tra Zamp ed il suo antagonista Garth Ashgale, culminata nel sabotaggio da parte del primo dello showboat del secondo, proprio durante la fatidica rappresentazione alla quale partecipava il succitato emissario: Ashgale, che col naufragio ha visto affondare le sue velleità di successo, finge rassegnazione ed offre quindi a Zamp, a modico prezzo, il predone condannato a morte che intendeva decapitare nella scena madre del dramma che non ha potuto rappresentare a causa del sabotaggio.
Mancano ancora due mesi al festival: l’avido Zamp decide quindi di continuare ancora un po’ con la tournée; ma alla tappa successiva rimane lui stesso vittima dei suoi stessi intrighi. Perché l’ignoto condannato a morte è in realtà un certo Lop Loiqua, il capo guerriero della truculenta Porto Whant, ancora amato e rispettato dai suoi concittadini. Che, quando vedono la morte in scena del loro capo, tra l’altro vestito di nero, il colore dei paria nella loro visione del mondo, perdono la testa: tentano di fare la pelle a Zant, che però se l’aspettava, e quindi mette in funzione i sistemi di sicurezza, un semplice meccanismo che inclina la pendenza del ponte e fa cadere in acqua tutti gli esagitati. Non prima però che alcuni di essi siano riusciti a dar fuoco alla nave, che così è perduta.
La storia prosegue con diverse scene tutte colorate e utili per la trama: ma in definitiva Zant è un uomo finito, anche se non vuole ammetterlo, perché non ha più una nave né il denaro per acquistarne una nuova, dal momento che nel naufragio gli è stato sottratto dal cameriere, o forse dal prestigiatore, o da qualcun altro della troupe, perché nelle storie di Vance nessuno ti è mai amico davvero, ed anzi devi guardarti sempre da tutti, a cominciare proprio dagli amici.

Le sorprese del festival di Mornune

Tuttavia solo una persona non lo abbandona: la Damigella Blanche-Aster, che si era unita alla compagnia poco prima del disastro, e solo perché Zant aveva vinto la selezione, e con essa il lasciapassare per Mornune, le cui acque sono altrimenti interdette a tutti. La donna ha con sé ancora parecchio denaro e lo mette a disposizione di Zamp perché allestisca con urgenza un altro showboat col quale partecipare al festival; poi fa in modo che Throdorus Gassoon, proprietario del Pancomio Universale, metta il suo museo galleggiante a disposizione di Zamp; ed infine manipola tanto Zamp quanto Gassoon perché uniscano le forze e, fatte le necessarie modifiche alla nave, partano senza indugi alla volta di Mornune, che lei vuole raggiungere il prima possibile.
A questo punto la storia entra nel vivo, ed offre un’altra serie di gustose scenette: quello che conta però è che alla fine il Pancomio Universale – rinominato Miraldra Incantata perché è questo lo showboat che ha vinto la selezione e che quindi ha ricevuto il lasciapassare – raggiunge il lago senza fondo e la favolosa Mornune, una città artefatta e ingessata come sono solitamente i luoghi più ricchi e aristocratici di Vance.
Al festival partecipano altri cinque showboat, provenienti da altri fiumi collegati al lago senza fondo: e tutti mettono in scena spettacoli meravigliosi, che lasciano senza fiato persino Zamp, la cui rappresentazione del Macbeth è l’ultima in cartellone.
Quando infine arriva la serata della Miraldra Incantata, davanti al re Waldemar in persona, la Damigella Blanche-Aster mette finalmente in atto il suo piano: non appena entra in scena indossa il suo tabarro azzurro e oro che, creduto perso dai mornunesi, è il simbolo della precedente linea reale, usurpata da quella rosso e oro di Waldemar. A Mornune infatti non sono tanto gli individui a rivestire il potere quanto quest’ultimo ad indossare le persone: ed il simbolo della regalità è il tabarro intessuto dalle Parche di quel certo monte, e via con la leggenda. Perciò, per abitudine, gli abitanti di questa città seguono gli ordini di chi indossa il tabarro, chiunque sia: e, dal momento che la linea della Damigella Blanche-Aster è precedente a quella di Waldemar, è lei a detenere il potere.
Almeno finché non entra in scena Gassoon.
Infatti, per dare più dignità al suo personaggio, questi ha appena prelevato dal suo museo un tabarro verde e oro: ma, alla sua apparizione tutti, Damigella Blanche-Aster compresa, ammutoliscono. Perché quello è proprio il tabarro della linea reale originale, che si riteneva estinta da secoli, così come si riteneva perduto anche quel tabarro tutto mangiato dalle tarme: quindi adesso è Gassoon che detiene il potere sull’intera Mornune, ed anche su Damigella Blanche-Aster.
Appresi gli sviluppi, Gassoon decreta subito il proprio matrimonio con Damigella Blanche-Aster e la vittoria della Miraldra Incantata nel festival, che già all’indomani riparte alla volta del Vissel, carica di venti libbre di preziosissimo ferro: alcuni giorni più tardi però Gassoon raggiunge a cavallo lungo il Vissel il suo vecchio socio, al quale tutto trafelato chiede ospitalità. Il tabarro verde e oro infatti, consunto del tempo e dall’uso, si è disintegrato: immaginando i guai cui presto sarebbe andato incontro, Gassoon ha quindi preferito darsi alla fuga preventiva, dopo aver intascato tutti i gioielli e le pietre preziose che poteva portare con sé.
Di comune accordo i due ex soci, ora amici, decidono quindi di tornare alle vecchie vite: Zamp, che già sogna un nuovo showoboat; e Gasson, che invece riprenderà il possesso del Pancomio Universale, riconvertito in museo galleggiante.

Il tiro alla fune dei classici

Come nelle sue opere migliori, anche nel «Mondo degli showboat» a Vance bastano poche pennellate per cogliere tutto quello che c’è da dire su una data scena, che riesce quindi anche più efficace delle lunghe descrizioni. Questa abilità diventa particolarmente apprezzabile nel caso dei luoghi e delle popolazioni, che l’autore presenta col distacco del cronista ma in toni ben misurati per sortire l’effetto umoristico: così, servendosi anche delle preziose indicazioni contenute nell’«Indice fluviale», una sorta di repertorio di informazioni sulle terre attorno al Vissel di cui si avvalgono i naviganti, viene a creare l’atmosfera, senza però renderla preminente, e senza che questa risulti opprimente per il lettore, come invece accadrebbe nel caso del classico riversamento di informazioni per lo più superflue che oggi va tanto di moda.
Questo modo di suggerire l’ambiente si può quindi paragonare ad una sorta di scenografia teatrale, essenziale nella struttura ma adatta allo scopo, e soprattutto perfettamente in tema con l’argomento del libro: perché è davanti a questa – o meglio, sul suo sfondo – che si muovono i personaggi e si snodano le loro vicende.
Così è sufficiente dire che certuni sono i discendenti dei trentaquattro superstiti di un intero popolo spinto ad emigrare da una terra lontana per i vaneggiamenti dei loro auguri; che altri «hanno sviluppato una curiosa psicosi composta di nervosismo, paura e ostilità repressa, oltre al normale miscuglio umano di aggressività e d’orgoglio»; che altri ancora trovano offensivo il suono della lettera erre, o fingono di non comprendere la lingua standard e così via. Poche pennellate, appunto, ma tutto quello che serve per farsi un’idea dell’ambiente e costruirsi un’immagine al tempo stesso viva e indimenticabile del Vissel e dei suoi abitanti, proprio perché viene semplicemente suggerita e non piantata in mente a suon di martellate mediante una sovrabbondanza di sollecitazioni.
E in quest’ottica si può vedere anche la disputa attorno al Macbeth scespiriano scelto da Vance in rappresentanza dei classici, che sono sempre oggetto di un tiro alla fune tra i classicisti intransigenti alla Gassoon, ostili ad ogni cambiamento, e gli uomini di spettacolo alla Zamp, che invece «smanaccia» il fascicolo col testo del dramma e, pur costretto ad ammettere che «l’opera emanava un fascino stregato e irreale», ritiene di poterla modificare a piacimento, e di includervi persino una parte relativa ad un abile prestigiatore.
Trovo ironico questo conflitto appena accennato – che però percorre tutta la seconda parte del libro – tra i due estremi, ossia le pubbliche letture di classici che non si fila nessuno da una parte e la loro volgarizzazione in una specie di festival di Sanremo dall’altra: perché non è solo un conflitto vecchio come l’arte ma è anche insanabile, dal momento che ambo le fazioni sono convinte delle loro idee. Lo sintetizza bene la domanda retorica che Gassoon stesso si pone prima di giungere alla conclusione che «l’arte sofisticata richiede un pubblico sofisticato; questo in definitiva è un assioma», laddove poco prima Zamp, con la bocca piena di salsicce, aveva invece sentenziato che «il pubblico preferisce lo spettacolo alla verbosità».
Questo significa che non esiste un pubblico ideale, mai: e certo non può esistere sulle rive del Vissel, dove la follia è la regola.

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