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Lin Carter – Jandar of Callisto (Callisto 1)

Copia quasi spudorata delle avventure di John Carter su Marte, «Jandar of Callisto» di Lin Carter (1972), primo episodio di una lunga serie ambientata su una delle lune di Giove, non offre molto di nuovo nel campo delle avventure planetarie su un mondo alieno: è infatti la solita storia tirata per le lunghe, con una sovrabbondanza di parole e perifrasi che non fanno altro che ripetere sempre le stesse cose per allungare la minestra.
Eppure, nonostante i molti difetti, «Jandar» è così avvincente che riesce persino migliore dell’originale.

Una copia, sì, ma con una certa ironia
Pubblicato nel 1972, «Jandar of Callisto» è il primo volume di un ciclo di otto libri conclusosi nel 1978: come gran parte della produzione di Carter, questa serie non è mai arrivata in Italia, anche se all’inizio degli anni Settanta Carter era già un autore affermato, per aver collaborato con De Camp alla riscoperta delle storie di Conan (e soprattutto allo scempio che i due, trascinati dall’entusiasmo, ne hanno fatto non del tutto volontariamente) e aver avviato la fortunata serie di Thongor, uno dei primi «clonan» modellati sul barbaro più famoso della storia.
Con «Jandar of Callisto» Carter crea dunque un nuovo personaggio, una nuova ambientazione ed una nuova serie che, nonostante le differenze sostanziali, ricalca in buona parte le avventure marziane di John Carter (per una combinazione, l’autore di questo ciclo e l’eroe di Burroughs condividono lo stesso cognome), in quanto anche qui il protagonista si trova catapultato all’improvviso dalla terra in un mondo alieno primitivo dove lo attendono avventure senza fine. Ma mentre sessant’anni prima John Carter era finito su Marte, un pianeta deserto e morente che ha da lungo superato il culmine della propria evoluzione e si sta lentamente spegnendo, il protagonista di quest’altra serie, Jonathan Dark (che subito diventa Jandar per le difficoltà di pronuncia degli indigeni), piomba su Callisto, una delle lune di Giove, rigogliosa nella sua natura incontaminata e, pur antichissima, ancora vigorosa ed esuberante di vita.
La storia ricalca alcune scene e situazioni già viste nelle storie di Burroughs – come l’arrivo del protagonista nudo, la sua immediata cattura ad opera di una razza di creature primitive e spietate, il legame di amicizia che presto stringe con uno dei loro capi, l’incontro con la bellissima principessa in pericolo, l’obbligatorio colpo di fulmine – ma ne aggiunge altre per così dire inedite: e queste sono pure tra le parti migliori del libro.
Ad esempio, per quanto esagerata ed inverosimile, la sua spettacolare entrata nell’arena sul dorso di una specie di tigre gigante inferocita per salvare l’amico è una delle scene più grandiose ed entusiasmanti di tutta la narrativa fantastica; e anche le due o tre situazioni fantozziane di cui Jandar è protagonista – come l’umiliazione di vedersi tagliare il perizoma in duello da un avversario più abile, che lo costringe a mollare la spada per reggere i lembi delle mutande ed evitare così di esibire le vergogne – mostrano una certa levità sconosciuta a Burroughs, che al contrario si prendeva sempre molto sul serio. Carter (l’autore) mostra invece di avere sempre una certa ironia, molto vicina a quella di De Camp (del tipo che in America chiamano «tongue in cheek»: sottile e tagliente) e di saper apprezzare una buona risata di quando in quando, che John Carter, l’eroe di Marte, proprio non conosce.

Cenni geografici su Thanator
Come si può sospettare dal titolo, il nucleo della storia si svolge su Callisto, una delle dodici lune di Giove, la seconda per dimensioni: più piccola della terra, è collegata col nostro pianeta tramite una specie di tunnel spaziale o «wormhole» (o anche «stargate», diremmo oggi, prendendo l’esempio del film) le cui stazioni terminali si trovano, sulla terra, tra le rovine di un’antica e sconosciuta città nella giungla cambogiana; e in un cerchio di pietre nella vastissima foresta Kumala su Callisto, che nella lingua locale si chiama Thanator.
Questa luna, anche se viene da chiamarla pianeta, ospita la vita: ha infatti un’atmosfera respirabile, una gravità di poco inferiore a quella terrestre e, sebbene sia così lontana dal sole da non riceverne la luce diretta, è illuminata da una qualche sorgente luminosa, che alterna una dozzina di ore di luce e altrettante di buio, separate da un’alba e da un crepuscolo di pochi minuti ciascuno; per questa ragione, il cielo non è azzurro come quello terrestre ma giallo dorato. Le altre lune di Giove continuano ad inseguirsi nella volta celeste e di quando in quando incombe all’orizzonte anche lo stesso pianeta gigante, così grande da non essere mai visibile nella sua interezza.
La superficie di Thanator costituisce un unico continente che avvolge tutta la luna lasciando solo due piccoli mari interni, che vengono appena citati in questo primo volume e verranno poi approfonditi nei successivi: le terre selvagge sono ancora preponderanti, con poche zone civilizzate, per lo più ristrette al territorio di isolate città stato. Sul pianeta domina quindi la natura lussureggiante, dai colori insoliti per un terrestre, perché l’erba e le foglie sono rosse mentre i tronchi degli alberi sono neri, con alcune eccezioni come un certo tipo di albero che invece ha i colori invertiti, foglie nere e tronco rosso.

Etnografia di Thanator
Sono due le razze intelligenti che abitano Callisto: gli umani, divisi in quattro popoli ciascuno con caratteristiche fisiche peculiari, ed una specie di insetti umanoidi, gli Yathoon, che vivono in uno stato di semibarbarie in continua lotta con tutti, anche tra di loro. Come i marziani verdi del Marte burroughsiano, gli Yathoon – che di aspetto assomigliano a mantidi religiose di colore grigioargento alte due metri abbondanti – non conoscono né sentimenti né emozioni e non possiedono il concetto della pietà, dell’amicizia o della famiglia: ignorano pure la medicina, per cui un guerriero ferito viene lasciato morire. Tuttavia non danno particolare valore all’oro, alle pietre preziose o alle altre ricchezze ma sono attratti da ciò che ritengono strano, bizzarro o fuori dall’ordinario, quindi il ciarpame più inutile e disparato che gli tirerebbero dietro persino ad un mercatino delle pulci terrestre. Eppure è proprio questa loro attrazione per l’insolito a salvare la vita di Jandar non appena compare sul pianeta, perché su Callisto non si sono mai visti uomini con gli occhi azzurri ed i capelli biondi.
Ma sono abbastanza comuni quelli con i capelli neri o rossi e persino quelli calvi, le caratteristiche base delle quattro razze alle quali si accenna nel primo libro: neri, come la maggioranza dei thanatoriani, che include i pirati dell’aria di Zanadar, dalla pelle bianchissima, e gli abitanti di diverse città stato, come Tharkol e Ganatol; rossi, come i Ku Thad di Shondakor, dalla pelle ambrata e color del miele, ai quale appartiene anche la principessa fuggiasca di cui il protagonista si innamora ma, finora, senza essere ricambiato, anzi; e calvi, come il popolo di mercanti dalla pelle rossa le cui città costellano il Mare Maggiore (distinto da quello Minore).
Come si confà ad una storia d’avventura ambientata su un altro pianeta, ogni città e razza ha le sue caratteristiche particolari ma tutte parlano la stessa lingua (anche gli Yathoon) e sono accomunate dal livello arretrato della tecnologia, ferma pressappoco all’equivalente della nostra età del bronzo: ideale quindi per raccontare una bella storia d’avventura ma insufficiente per giustificare certe meraviglie, come le navi volanti dei pirati dell’aria o una sorta di televisione di cui il malvagio principe di Zanadar si serve per tramare assieme al non meno malvagio comandante della Legione Nera che ha occupato Shondakor. Così di volta in volta Carter si inventa qualcosa di nuovo per giustificare l’esistenza di questa tecnologia avanzata: ad esempio, le navi volanti sono degli «ornitotteri» (resi famosi da Dune: sorta di velivoli che si muovono in virtù di ali meccaniche come gli uccelli) i cui scafi leggerissimi sono realizzati in carta pressata e indurita con colle speciali mentre particolari serbatoi nelle carene, riempiti di un certo gas leggerissimo che rende le navi più leggere dell’aria, permettono di vincere la forza di gravità.
Da ultimo, su Callisto non esiste religione: o meglio, c’è ma ha un ruolo assai limitato ed è ristretto a generici «Signori di Gordrimator» (Gordrimator è il nome locale di Giove), usati solo in formule di giuramento ed altre esclamazioni. Ma di templi ed edifici di culto, per non dire del culto in sé, non c’è traccia su Thanator: almeno, non nel primo volume, anche se Jandar riferisce di aver sentito parlare di un sacerdote, un certo Ool, guida spirituale della Legione Nera. Ma questi è in realtà uno stregone devoto ad una sorta di demone.

L’eroe dei due mondi
L’eroe di turno è il terrestre Jonathan Dark, pilota di elicotteri per la Croce Rossa in Vietnam: ventiquattrenne in ottima forma fisica, ha i capelli biondi e gli occhi azzurri – eredità materna – ed è ovviamente capace di cavarsela in ogni situazione. Da subito Dark appare come il classico ragazzone destinato già alla nascita a diventare un eroe: ma, caso sorprendente, non è americano di nascita ma solo di adozione.
Infatti è nato a Rio (de Janeiro), figlio unico di un ingegnere scozzese e di una danese morta quand’era ancora un bambino: dopo la morte della madre Dark ha girato il mondo per seguire il padre, che costruiva grandi opere nei luoghi più inaccessibili del pianeta, per lo più il Sud America. Ma poi anche suo padre è morto (di incidente sul lavoro) quando era ancora adolescente e così Dark è cresciuto sotto la guida di un amico di famiglia, un professore di Harvard, anche se poi ha frequentato l’università ad Yale, della cui squadra di scherma è presto diventato capitano.
Vinto dalla febbre del vagabondaggio, appena terminati gli studi ha imparato a pilotare gli elicotteri e così si è trovato a fare il pilota per la Croce Rossa in Vietnam: e proprio durante una missione di soccorso sulla giungla cambogiana è accaduto l’incidente che lo ha portato su Callisto. Niente di che: un tubicino del carburante intasato, sufficiente però a mandare in panne il motore e a costringere il protagonista (che era solo a bordo) ad un atterraggio di fortuna nel folto della foresta. Quella notte una luce, una sorta di faro proiettato nel cielo, lo ha attirato nelle rovine di un’antica e sconosciuta città nella cui piazza centrale ha infine trovato il pozzo da cui partiva la luce. La sua goffaggine ha fatto il resto: perché mentre si avvicinava alla colonna di luce non si è accorto dell’inclinazione della superficie del pozzo e, dopo essere inciampato in una radice, non ha trovato appigli ma è scivolato inesorabilmente verso la fonte di luce, che lo ha subito trasferito sulla luna gioviana. Per essere un eroe, a volte fa proprio la figura dell’imbranato.
Arrivato nudo a destinazione, perché il raggio è in grado di trasferire solo ciò che è organico, Dark si risveglia all’interno di un cerchio di pietre simile a quello di partenza: anche questo è in rovina ed è circondato da una foresta dai colori insoliti. Nemmeno il tempo di capire cosa sia successo e viene attaccato da un predatore locale, che però viene abbattuto da una pattuglia di Yathoon proprio quando sta balzando su di lui: subito catturato dagli insettoidi, Dark (ormai divenuto Jandar) dedicherà i restanti cinque sesti del libro a cercare il modo di tornare a questo cerchio di pietre per tornare sulla terra.
Ma quando finalmente lo avrà ritrovato ci avrà anche già ripensato e preferirà invece restare su Thanator per salvare la donna che lui ama ma dalla quale è respinto. E, tutto sommato, non senza ragione.

Jandar e i comprimari
Giunto dunque su Thanator, Jandar sperimenta immediatamente la schiavitù presso gli Yathoon, che non lo uccidono a vista solo per il suo aspetto insolito: entra invece a far parte del tesoro di curiosità di un certo Koja, un capo di una certa rilevanza tra gli insettoidi, che lo tratta bene e gli insegna anche la lingua del posto. E presto, sebbene gli Yathoon non conoscano né amicizia né riconoscenza, Jandar riesce a farselo amico: Koja infatti era rimasto ferito in una battuta di caccia e perciò abbandonato a se stesso, perché questo è il costume degli Yathoon, che ignorano la medicina. Ma il protagonista ha capito che la propria sopravvivenza era legata a quella del suo padrone, così senza indugio abbandona il campo per soccorrerlo, lo riporta indietro e poi lo assiste finché la brutta ferita al petto non è completamente guarita. Nasce così una solida amicizia tra i due, che ricorda quella nata in condizioni analoghe tra John Carter e Tark Tarkas su Marte: un’amicizia improbabile – perché entrambe le razze di non umani ignorano sentimenti e legami – ciononostante solida come raramente accade persino sulla terra.
Dopo una serie di avventure, che includono una fuga, una nuova cattura ed un’altra fuga, Jondar si fa infine amico anche un umano, un anziano gentiluomo che aiuta a sbarazzarsi di una banda di borseggiatori e tagliagole che l’avevano aggredito per derubarlo: questi è Lukor di Tharkol, un maestro di scherma magro e slanciato con occhi freddi e pensosi, la barba corta grigio ferro ed una criniera di capelli lunghi sale e pepe che esercita a Zanadar, il covo dei pirati dell’aria. Lukor è riconoscente per l’aiuto e, dal momento che Jandar è appena evaso dai recinti in cui vengono tenuti gli schiavi destinati ad azionare le ali degli ornitotteri, si offre non solo di nascondere l’eroe ma anche di aiutarlo a liberare l’amico Koja, che invece è stato ricatturato durante il tentativo di fuga col terrestre.
Il triangolo filadelfico (qui un quadrato) non sarebbe completo se non ci fosse anche l’oggetto delle attenzioni del protagonista: Darloona, principessa guerriera dei Ku Thad dai capelli rossi fuoco e dalla pelle color del miele, della quale Jandar si innamora perdutamente a vista ma senza essere ricambiato. Anzi, Darloona tende piuttosto a disprezzare l’eroe, e ne ha ben motivo, come si vedrà nel prossimo paragrafo: e questa è una deviazione inaspettata dal modello burroughsiano, perché Darloona non ha proprio niente in comune con l’altra principessa, Dejah Thoris di Helium, che invece come Penelope è capace di attendere il ritorno del marito per oltre vent’anni. Non solo: questo amore con battibecchi alla «Gioiello del Nilo» aggiunge anche un tocco umoristico che non stona affatto, vista la serietà con cui solitamente le storie di questo genere si prendono, senza parlare della divagazione amorosa.

Jandar e la principessa
Quando Jandar incontra Darloona, la thanatoriana sta combattendo contro una bestia feroce che vuole mangiarsela: come da copione l’eroe la salva ma probabilmente la principessa sarebbe stata in grado di cavarsela da sé. Jandar quindi parte già col piede sbagliato e non riesce ad impressionare Darloona come sperava: tuttavia riesce a peggiorare ancora la situazione quando, ignorando i costumi locali (questo sì che è molto burroughsiano), non minimizza la sua lotta con la belva come vorrebbe il galateo ma cerca di darsi un po’ di arie; e subito dopo fa addirittura la figura del bifolco, perché non solo si fascia una lieve ferita al braccio che si è procurato nel combattimento (altra cosa che un guerriero thanatoriano non dovrebbe fare mai) ma chiede addirittura l’assistenza di Darloona per legare la benda improvvisata. Dove finiremo mai se tutti si comportano così?
Tuttavia la principessa lo aiuta per riconoscenza e nel fare il nodo scorge, sotto la tunica strappata, alcuni segni tracciati sul petto di Jandar, che indicano il suo possesso da parte di Koja: Jandar infatti era stato appena liberato dallo Yathoon ma, sebbene siano cancellabili, né l’insettoide né il terrestre avevano pensato di rimuoverli. Alla vista di questi simboli Darloona si allarma, perché sospetta che Jandar sia una «capra di Giuda» (una capra addestrata a riunire le altre e condurle al macello: ma lei viene risparmiata) degli Yathoon, mandato a catturare nuovi schiavi: neanche il tempo di esprimere il suo sospetto con le parole e dalla boscaglia balzano fuori un certo Gamchan – un rivale di Koja – ed i suoi uomini, che li catturano entrambi senza nemmeno combattere. Jandar si professa innocente perché era ignaro di essere stato seguito ma Darloona non gli crede ed anzi lo accusa di tradimento: e come darle torto?
Ma le brutte figure di Jandar con la principessa non finiscono qui.
In seguito, raccolti dai pirati dell’aria, Jandar fa lo sbruffone col loro capo, il principe Thuton, e nel successivo duello rimedia solo una pessima figura davanti a tutto l’equipaggio e a Darloona, che già si è sciolta d’amore alla vista dell’affascinante principe.
Passa ancora del tempo e Jandar e Darloona si ritrovano faccia a faccia ancora una volta: il terrestre insiste perché la principessa fugga con lui, in quanto ha le prove che Thuton non vuole sposarla come ha dichiarato ma in realtà sta tramando contro di lei per cederla al suo nemico, Arkola della Legione Nera, in cambio di un riscatto. Ma Darloona non gli crede, dopotutto ogni sua precedente esperienza con Jandar è finita così male che la donna si è fatta un pessimo giudizio del protagonista: così, dal momento che lei rifiuta di seguirlo, Jandar non trova niente di meglio da fare che rifilarle un destro al mento per stordirla e caricarsela in spalla.
Con tutti questi precedenti, c’è forse da meravigliarsi che lei non solo non si fidi di lui ma non ne ricambi nemmeno l’amore?

Jandar e tutti gli altri
In una storia di questo tipo, abbastanza breve e ricca di avvenimenti, c’è poco spazio per le divagazioni e la caratterizzazione di troppi personaggi: per questo «tutti gli altri» alla fine si riduce ai soli antagonisti, che sono tre, dei quali uno solo rilevante per questo primo libro. Uno infatti rimane in scena troppo poco: è Gamchan, uno Yathoon rivale di Koja, che cattura per breve tempo (nemmeno un giorno intero) Jandar e Darloona. Un altro invece entra in scena troppo presto: si tratta di Arkola, capo della soldatesca di banditi chiamata Legione Nera (o, nella lingua locale, Chac Yuul) che ha occupato Shondakor, la città di Darloona, e che nel finale cattura anche la bella principessa. Va da sé che sarà centrale negli eventi dei prossimi volumi.
Rimane così un solo candidato per il ruolo di antagonista di questo libro: il principe Thuton di Zanadar, il signore dei pirati dell’aria, che entra in gioco verso la metà della storia ed esce di scena un po’ prima del finale, ed in maniera tutt’altro che definitiva.
Bello d’aspetto e di belle maniere, Thuton suscita subito l’avversione del protagonista perché gli soffia la bella principessa da sotto il naso: abile spadaccino, ha la pelle bianca come la carta e i capelli neri lucidi con lunghi boccoli, caratteristiche comuni a tutti gli Zandariani. In più però ostenta un sorriso accattivante ed una voce suadente che, osserva Jandar, contribuiscono a farlo assomigliare ad un corsaro francese di nobili natali. Con la scusa di liberare assieme Shondakor dalla Legione Nera, Thuton si assicura la devota ammirazione di Darloona, con la quale da subito progetta il matrimonio: ma in realtà il bucaniere sta trattando con Arkola la vendita della principessa, solo che non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo sul prezzo.
È proprio per causa di Thuton che Jandar fa una figuraccia davanti a Darloona: accecato dalla gelosia, l’eroe lo sfida a duello con un’arma che non padroneggia ma da subito soccombe sotto i colpi del principe; e alla fine deve lasciar cadere la spada per reggere i lembi del perizoma, suo unico indumento, che Thuton ha appena reciso con un fendente per mettere fine al duello in maniera incruenta, ed al tempo stesso incantare la principessa. Ma quando poi nel finale si ritroveranno faccia a faccia, con un’arma che Jandar sa usare bene (uno stocco che assomiglia al fioretto di quando tirava di scherma), i ruoli si invertono e Thuton, preso infine da una crisi di panico, è costretto a fuggire spaventato, gridando come una bambina impaurita.

Sola andata per Callisto
Dopo l’interminabile introduzione, che illustra ogni aspetto dell’infanzia del protagonista e descrive a lungo il contesto dell’incidente di volo sulla giungla cambogiana, Dark viene attirato da una colonna di luce che sembra partire dalle rovine di una città sconosciuta: la esplora e non solo trova il pozzo da cui parte questa luce ma ci finisce anche dentro. Viene così catapultato su Callisto dove, prima ancora di rendersi conto di cosa sia successo, viene aggredito da una bestia feroce e, un momento dopo, salvato da un gruppo di Yathoon che uccidono la bestia e lo catturano: i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri lo rendono infatti una curiosità sul pianeta, dove tutti hanno i capelli neri o, al massimo, rossi.
Durante la cattività Jandar – perché questo diventa il suo nome, a causa delle difficoltà di pronuncia degli indigeni – il terrestre impara la lingua degli Yathoon, che per sua fortuna è universale sul pianeta: la prigionia è abbastanza comoda, perché è considerato un oggetto di proprietà del capoclan, Koja, e quindi non deve far altro che restare nell’accampamento. Dal momento che appartiene a Koja, ha anche l’opportunità di frequentare il suo padrone e conoscerlo meglio: nasce così un’amicizia tra i due, anche se gli insettoidi non conoscono sentimenti e quindi ignorano anche cosa sia la solidarietà.
Così quando, un mesetto dopo il suo arrivo, a Jandar giunge la notizia che il suo padrone è stato ferito gravemente durante una battuta di caccia ed abbandonato a se stesso, perché gli Yathoon non sono soliti curare i feriti, decide che è suo dovere correre a salvarlo. Lo fa per due ragioni: la prima egoistica, perché se Koja muore c’è il rischio che le cose per lui si mettano male, dal momento che gli altri sottocapi degli Yathoon lo disprezzano; la seconda altruistica, perché si sente in debito con Koja, che lo ha sì catturato ma lo ha trattato bene e, soprattutto, lo ha salvato dall’attacco della bestia feroce al suo arrivo sul pianeta.
Così lascia l’accampamento, trova l’insettoide, lo riporta indietro e lo accudisce per qualche tempo, finché lo Yathoon non si è ristabilito e può riprendere il suo posto di capoclan: per riconoscenza, una notte Koja lo lascia libero, dopo avergli dato un’arma e dei viveri.
Dopo alcuni giorni di vagabondaggi nella foresta, Jandar si imbatte nella principessa Darloona, che sta combattendo contro una belva feroce: pur senza brillare, e con il consueto pizzico di fortuna, Jandar uccide la bestia e salva la principessa ma compie una serie di passi falsi perché, ignaro delle consuetudini locali, non solo non minimizza il suo intervento ma addirittura si fascia una ferita superficiale. Così agli occhi della principessa fa la figura del buzzurro: e subito dopo peggiora ancora la sua precaria posizione perché trova conferma un sospetto appena affiorato nella mente della principessa, che sia cioè uno schiavo degli Yathoon e che stia agendo come esca per catturare altri schiavi. Ed infatti, nemmeno il tempo di dirlo ed ecco che dalla foresta spuntano i guerrieri Yathoon: sono uomini di un sottocapo, Gamchan, che ha seguito Jandar nella foresta proprio per ricatturarlo e così guadagnare prestigio agli occhi del suo clan, e soprattutto per toglierne a Koja.

Un’umiliazione che brucia
Quando l’indomani Jandar sta per essere punito per essersi ribellato a Gamchan, l’accampamento degli Yathoon viene sorvolato da tre navi volanti dei pirati dell’aria di Zanadar: gli insettoidi pensano di essere attaccati e dimenticano quello che stavano facendo per preparare le difese, offrendo così a Jandar l’opportunità di fuggire assieme a Darloona e Koja, che si aggrega per ragioni sue. Ma subito dopo i tre vengono preso al lazo dagli abili marinai dell’ammiraglia: i pirati infatti non avevano intenzione di attaccare gli Yathoon ma stavano appunto cercando la principessa scomparsa.
Appena portato a bordo, il protagonista fa lo sbruffone con il principe Thuton, che comanda la spedizione, e subisce l’umiliazione che lo tormenterà per tutto il resto del libro. Infatti, anche se indossa solo un perizoma, ha le mani ancora legate ed è armato di una scomodissima spada Yathoon, lunga un metro e mezzo e flessibile e quindi difficile da maneggiare, l’eroe insulta Thuton, che decide di dargli una lezione ma, su preghiera di Darloona, senza ucciderlo: così, mentre Jandar si muove come un’orsa in calore e non riesce nemmeno a sfiorare l’avversario, lo stocco del principe continua a graffiarlo su tutto il corpo, con lo scopo di farlo infuriare via via sempre di più. Alla fine, quando si è stufato del suo divertimento, con un fendente lo zanadariano gli taglia la stoffa del perizoma e così Jandar, per non esibire le vergogne, è costretto a lasciar cadere la spada per reggere i due lembi con le mani, perdendo così la faccia.
L’eroe e Koja vengono quindi assegnati alle squadre di «rematori» (gli schiavi che girano ininterrottamente le ruote che fanno muovere le ali degli ornitotteri) e quando, una settimana più tardi, la piccola flotta raggiunge la splendida città di Zanadar, costruita sui picchi più alti delle Montagne Bianche, inaccessibile se non alle navi volanti, vengono infine scaricati nei recinti degli schiavi rematori, in attesa di essere destinati ad un’altra nave in partenza: di loro si sono ormai dimenticati tutti, soprattutto Darloona, che crede che il principe voglia sposarla per poi riconquistare assieme la libertà della sua città, Shondakor.
Pochi giorni dopo i due già trovano il modo di evadere: ma il loro tentativo di fuga viene scoperto rapidamente dalle guardie e così solo Jandar riesce a mettersi in salvo, mentre lo Yathoon viene ricatturato dopo pochi minuti: quella stessa notte, mentre vagola per le strade di Zanadar, l’eroe si imbatte anche in un anziano gentiluomo che, da solo, sta tenendo a bada un’intera banda di borseggiatori, e senza esitare corre in suo aiuto. Così nasce una stretta amicizia anche tra i due: l’uomo infatti, che si chiama Lukor ed è un maestro di scherma, gli è riconoscente per il suo intervento e perciò aiuta Jandar a nascondersi in casa sua e a camuffarsi, perché i suoi capelli biondi e la pelle abbronzata lo renderebbero riconoscibile in città; per gli occhi azzurri però c’è poco da fare.
Dopo settimane in cui Jandar, sotto la guida di Lukor, migliora nell’uso della spada (impara anche una mossa speciale, imparabile, di cui però non si avvale in questo libro) ed intanto pensa al modo di salvare Koja, alla fine entra in azione: apprende infatti che l’amico è destinato al martirio nei giochi di inizio anno che si terranno il giorno successivo.
Con l’aiuto di Lukor, che conosce gli immancabili passaggi segreti, entra a palazzo nottetempo ma si separa dal compagno quando tra i due appare all’improvviso un muro, probabilmente a causa di un meccanismo attivato per errore: muovendosi alla cieca nell’intrico dei corridoi bui, Jandar passa davanti ad una fessura nascosta dalla quale può osservare il principe Thuton che parla con una sfera di cristallo – via di mezzo tra un televisore ed un palantir – nella quale appare il volto di un uomo che non ha mai visto prima. Ma comprende subito che deve trattarsi di Arkola, il comandante della Legione Nera che ha occupato Shondakor, dal momento che i due stanno trattando sul prezzo di Darloona, che Thuton non ha ancora sposato ma vuole vendere all’usurpatore in cambio di una certa cifra che quell’altro non vuole sganciare.

Un salvataggio spettacolare
Sempre prigioniero dei cunicoli sotterranei dai quali non sa come uscire, Jandar raggiunge infine una celletta ma, nell’entrare, non nota un anello fissato per terra e s’inciampa: nella caduta sbatte la testa e perde conoscenza.
È un espediente che serve solo a bruciare le ore che mancano all’evento: perché quando si risveglia il sole è già alto e l’arena piena; e dalla finestrella in fondo alla celletta vede che il suo amico Koja, assieme ad altri, costituisce l’attrazione del momento. Rivolge quindi l’attenzione all’anello in cui era inciampato, che è chiaramente saldato ad una botola sul pavimento: pur di uscire, la tira con forza e alla fine la botola cede. Poi, senza guardare cosa ci sia sotto, si lascia cadere nel vuoto e…comincia così la scena migliore di tutto il libro, ed una delle più spettacolari di tutta la narrativa fantastica.
Perché proprio sotto di lui si trova un qualche animale destinato all’arena, che subito cerca di disarcionare l’inatteso cavaliere: ma come un cowboy al rodeo, Jandar si tiene aggrappato come può finché, pochi attimi più tardi, i cancelli non vengono aperti e la bestia, assieme alle altre che erano nella stanza, si riversano nell’arena. E alla luce del giorno Jandar può rendersi conto del mostro in groppa al quale è finito, una specie di tigre ferocissima lunga più di sette metri, con corna, zanne e artigli spaventosi a vedersi: è un deltagar, uno dei più spaventosi predatori delle foreste tanathoriane.
Così guasta lo spettacolo che gli zanadariani stavano pregustando: da programma, il deltagar e le altre bestie liberate avrebbero dovuto aggredire le decine di condannati che dovevano difendersi a mani nude. Ma l’entrata in scena di Jandar e del suo predatore infuriato ha portato scompiglio e messo gli animali gli uni contro gli altri, dando così ai condannati l’occasione di liberarsi: alcuni animali e diversi prigionieri trovano anche il modo di arrampicarsi sulle gradinate, seminando il terrore tra gli spettatori. Nel fuggi fuggi dell’arena succede di tutto: Jondar riesce finalmente ad uccidere il suo deltagar, raggiunge Koja e gli consegna una spada del tipo flessibile usata dagli Yathoon; i condannati hanno ragione delle guardie e, raccolte le loro armi, si stanno aprendo la strada sulle gradinate; e la confusione è accresciuta dalle bestie, che pure stanno tenendo impegnate altre guardie.
In questo modo Jandar e Koja riescono a raggiungere senza difficoltà il palco principesco, dove si trovano ancora Thuton e Darloona: così Jandar, che aveva atteso questo momento per settimane covando risentimento per la sua umiliazione, ha finalmente l’occasione della rivalsa. A mani libere, armato di uno stocco come il principe, ben temprato da settimane di allenamento con Lukor, tocca a lui questa volta divertirsi con l’avversario ed umiliarlo, un taglio all’abito dopo l’altro: quando infine rimuove anche l’ultimo lembo di tessuto dal petto della corta tunica che costituisce l’abbigliamento in uso su Thanator, Thuton ha un crollo di nervi e se la dà a gambe in preda al panico, senza curarsi del giudizio negativo di un simile comportamento, dal momento che ci si aspetta che un guerriero thanatoriano non fugga mai davanti al pericolo.
L’eroe ha così l’occasione di spiegare a Darloona perché deve fuggire con lui e per convincerla le racconta anche ciò che ha visto dalla feritoia (le trattative tra il principe e Arkola): ma lei continua a non volergli credere, perché lo considera uno zoticone e, ora, pure malevolo, dato che sta cercando di ingannarla con false storie per allontanarla dal suo bel principe. Dato che non vede alcun modo per piegarla alla ragione, Jandar le rifila un bel destro al mento per stordirla e portarla con sé sul piccolo ornitottero di soccorso che è appena apparso in scena, pilotato da Lukor.
Non appena anche Koja è a bordo, il velivolo si allontana sotto una pioggia di frecce, una delle quali si incastra nel timone: più tardi, quando sono ormai al sicuro ed è necessario virare, Jandar il pasticcione riesce con grande sforzo e contorsioni a sbloccare il meccanismo ma poi, per non cadere nel vuoto, assesta involontariamente un calcio ad uno dei serbatoi del gas che tiene in aria lo scafo, spaccandolo. L’ornitottero perde subito quota ed i quattro fanno naufragio nel cuore della Grande Kumala, la vasta foresta dove tutto aveva avuto inizio: giorni dopo, mentre si fanno strada tra gli alberi, vengono infine attaccati da un deltagar, che insegue Darloona.
Il libro si conclude così: Jandar ha trovato in qualche modo gli esuli di Shondakor e col loro aiuto potrebbe tornare sulla terra, perché lo hanno riaccompagnato al cerchio di pietre dove arriva o parte il raggio di luce che l’aveva trasportato su Thanator: ma adesso non vuole più andarsene. Prima deve salvare Darloona: perché, dopo averne seguito le tracce per giorni nella foresta, l’ultima volta che l’ha vista era prigioniera della Legione Nera, che la stava scortando all’interno della città di Shondakor ancora occupata.
Così Jandar ha scritto le sue memorie, usando solo materiali organici, e le rispedirà sulla terra usando il portale: poi troverà il modo di liberare la donna di cui è innamorato dalle grinfie di Arkola e della Legione Nera e, già che c’è, salverà anche la città di Shondakor.
Ma questo è materiale per il primo seguito, «Black Legion of Callisto» (1972).

Marte e Callisto: un confronto
Non c’è dubbio che senza Barsoom non ci sarebbe stato nemmeno Thanator: l’influenza delle avventure marziane di Burroughs sulla serie di Jandar è evidente. Tuttavia è apprezzabile il tentativo di Carter di seguire una strada differente, sia pure solo dopo aver stabilito un chiaro parallelo tra il suo eroe e quello burroughsiano che, non fa male ripeterlo, da più di un secolo rappresenta il modello di riferimento per un intero genere letterario. Così è anche necessario fare un confronto più ravvicinato tra i due cicli, per mettere in evidenza i punti di contatto e soprattutto ciò che li distingue.

– Due pianeti diversissimi
Prima di tutto, l’ambientazione: Marte è un pianeta morente, Thanator una luna lussureggiante, con steppe, foreste, catene di montagne, alcuni piccoli mari ed una sua coerenza interna che le deriva dall’essere stata delineata nei suoi tratti essenziali già nel primo libro, una caratteristica del tutto assente in Barsoom, dato che Burroughs aggiungeva (e a volte anche cambiava) pezzi in base alle esigenze narrative del momento.
Callisto appare quindi molto più ricca e attraente, proprio perché un mondo verdeggiante è anche molto più affascinante di un mondo sterile come Marte, dove l’acqua è rara e l’unica vegetazione è il muschio che ricopre il terreno (anche se poi si scopre che il pianeta non è del tutto deserto, anzi): l’inclusione nel libro di una mappa disegnata dallo stesso Carter aiuta ad accrescere questa impressione, perché se non altro aiuta a visualizzare le caratteristiche dell’ambientazione e a creare una sorta di contatto tra il lettore e l’eroe.
Tutto questo invece manca nelle avventure marziane: le mappe abbondano, e pure di qualità e dettaglio ben maggiori, ma sono tutte successive alle prime avventure di John Carter e, soprattutto, sono l’interpretazione di intermediari, sia pure in certi casi con l’approvazione di Burroughs.

– La varietà delle forme di vita
Come forme di vita, Marte e Callisto riescono abbastanza simili: entrambe hanno diverse razze di umani ed almeno una di umanoidi che non sono pienamente umani (i verdi per Barsoom, gli Yathoon per Thanator). Marte probabilmente ha una varietà di razze umane leggermente superiore e più colorata, dal momento che oltre ai rossi dominanti spuntano, via via, anche i Primi Nati neri, i sacri Thern bianchi, i gialli del polo nord, e poi man mano che il ciclo si allunga anche tutta una serie di altre specie sempre più aliene, come i kaldane che fanno da testa ai loro rykor.
Gli umani di Thanator invece paiono sinora più simili e meno variegati tra loro, ma è vero che nel primo volume se ne incontra solo una razza, quella degli zanadariani, proprio come nella «Principessa di Marte» pareva che tutti i marziani fossero rossi: tuttavia in questo primo volume già si sono poste le basi per diverse gradazioni di colore dei capelli e della pelle tra i thanatoriani, e persino per una calvizie genetica (che ricorda quella dei Thern). E non si sono ancora né incontrati né tantomeno rivelati tutti i singolari abitanti del satellite gioviano.
Anche tra le bestie selvagge non pare esserci troppa differenza tra le due ambientazioni, a parte il numero di zampe, che su Marte sono sempre sei o più mentre su Thanator sono ferme a quattro come sulla terra: per caratteristiche, le belve feroci di un pianeta sono suppergiù le stesse dell’altro, e sia l’uno sia l’altro hanno tanto una varietà di animali che rimpiazza i cavalli quanto una certa penuria di uccelli.

– Due stili di scrittura opposti
Le differenze maggiori iniziano spuntare quando si scava nello stile dei due autori e nella caratterizzazione dei due mondi: non solo Thanator è più coerente e Marte più rabberciato, per la ragione delle toppe progressive già enunciata, ma Carter nella sua opera fornisce anche una mole di informazioni enorme mentre in Burroughs i dettagli sono succinti, limitati ad appena qualche pennellata indispensabile. Questo stile è perfetto per raccontare una storia d’azione ininterrotta, perché non rompe mai la narrazione e può seguire i progressi del protagonista con la stessa rapidità con cui l’eroe avanza sulla superficie di Marte: ma ovviamente lascia anche parecchie lacune riguardo all’ambientazione, perché gran parte delle informazioni vengono trascurate e lasciate alla fantasia del lettore.
E proprio questa è la principale differenza tra le due serie, perché Carter è esattamente l’opposto di Burroughs: dedica pagine su pagine ad illustrare il funzionamento di un meccanismo come quello che tiene in aria gli ornitotteri; o a spiegare sistematicamente quali sono i costumi di un popolo come gli Yathoon; o più semplicemente a descrivere una scena alla quale è particolarmente interessato, come le complicate mosse di scherma usate dal protagonista. Così tutto diventa più credibile ma al tempo stesso anche molto più lento, perché proprio nel bel mezzo dell’azione tutto si ferma per lasciare spazio ad un’ampia parentesi che è sì interessante ma sarebbe più indicata in un altro momento, magari quando si sta spostando la scena o l’eroe stesso si è preso una pausa.
Di conseguenza, Carter è leggermente ampolloso (spesso ripete concetti già spiegati in precedenza) e scrive in un continuo tiramolla di azioni e pause mentre Burroughs è molto più semplice e lineare: una lunga sequenza di scene d’azione con poche interruzioni. Così nelle avventure marziane non c’è quasi spazio per gli approfondimenti ma tutto rimane superficiale, con la conseguenza che il lettore deve metterci del proprio per figurarsi le scene o a volte anche per accordare tra loro diverse informazioni; in quelle thanatoriane invece è semplice raffigurarsi le varie scene proprio per la sovrabbondanza di informazioni, ma questo finisce anche per limitare l’immaginazione del lettore ed in un certo senso «binariarne» la creatività.

– L’umorismo è la chiave
Rimane così da parlare solo dei protagonisti, che partono simili ma arrivano completamente differenti: entrambi capaci e più che adeguati alle sfide che devono affrontare, ciò che li distingue davvero è il modello di eroe che ciascuno deve soddisfare. Carter è il classico eroe da pulp, perfetto in tutto senza nemmeno un punto debole: soprattutto nel primo libro è anche una specie di superuomo, favorito dalla gravità inferiore di Marte, che gli permette di spiccare balzi incredibili e di colpire con più forza. Anche su Thanator la gravità è inferiore, solo leggermente, rispetto alla terra ma non dà particolari vantaggi a Jandar: è sì capace e competente come si conviene ad un eroe nelle sue condizioni ma ha anche alcuni difetti, come evidenziano le scene in cui appare rozzo (i suoi approcci con Darloona), imbranato (l’anello in cui inciampa, la rottura del serbatoio del gas) o addirittura fantozziano (l’umiliazione del perizoma).
Per Burroughs sarebbe stato impensabile mettere in ridicolo il suo eroe, perché doveva servire da esempio ai suoi lettori: e così i sessant’anni che dividono i due eroi si sentono tutti, perché John Carter risente ancora dell’ideale cavalleresco della letteratura avventurosa dell’Ottocento (come sottolineano la sua origine negli stati del sud e la sua partecipazione alla guerra di secessione americana con i confederati) mentre Jandar subisce semmai il modello dell’antieroe che si stava diffondendo a partire dagli anni Sessanta, anche se in lui il desiderio di perseguire il bene è ancora superiore al tornaconto personale. Non è perfetto come Carter, ma più che capace di cavarsela in ogni situazione.
Lo stesso si può notare negli alleati dei due eroi: i marziani di cui si circonda Carter sono tutti mossi dai più alti ideali dell’eroismo e del sacrificio personale per il bene comune, e Burroughs non perde occasione per mettere in risalto queste loro virtù; quelli di Jandar invece sono mossi prima di tutto dal desiderio di avventura e di aiutare un amico in difficoltà. Questa differenza è ancora più evidente nelle due eroine: Darloona è sanguigna, più che capace di provvedere a se stessa e non si scioglie davanti a Jandar solo perché quest’ultimo è l’eroe designato; come Carter, Dejah Thoris invece risente ancora dei modelli del secolo precedente e non fa niente per cambiare la propria situazione ma attende l’intervento dell’eroe, del quale subito si innamora nonostante i passi falsi compiuti da quest’ultimo nel corteggiamento.
E così si arriva all’ultimo punto: l’umorismo. Che in Jandar si ravvisa qua e là, per lo più quando l’autore si diverte a giocare col suo personaggio; ma in Burroughs è del tutto assente: il suo Carter si prende dannatamente sul serio, anche quando fa la figura dello sprovveduto.
Ma anche questo è conseguenza delle due epoche in cui le due storie sono state scritte.

Una lettura leggerissima
Se a questo punto state pensando che «Jandar of Callisto» sia una lettura leggera, non siete affatto fuori strada: questo libro, così come tutto il resto del ciclo, è più leggero del gas che tiene sospesi gli orinitotteri degli zanadariani. Tuttavia è coinvolgente e così strabordante d’entusiasmo che riesce difficile distogliere l’attenzione o staccarsi dalla lettura: si voltano le pagine con avidità, per scoprire cosa riservi ancora la trama e, per quanto suoni incredibile, anche per lasciarsi incantare dalla prosa sin troppo grossolana di Carter.
Anche se è tutto molto prevedibile, lo stile in cui è scritto, così infiorettato e zeppo di arcaismi o termini inusuali, lo rende in qualche modo affascinante: a modo suo, è un modo di scrivere suggestivo e avvincente, perché Carter sa costruire le scene d’azione e preparare il lettore ai momenti culminanti. Lo cuoce a fuoco lento anche per diverse pagine, così quando l’eroe termina i suoi pistolotti ed entra in azione, anche il lettore può rovesciare sulla lettura tutto quell’ardore che si è costruito e accumulato nelle pagine precedenti: e non rimane deluso, perché le scene d’azione sono grandiose, a volte persino epiche, come l’entrata in scena nell’arena di Zanadar alla quale ho già fatto riferimento; altre volte invece le descrizioni sono un po’ confuse ma per fortuna si tratta di sequenze minori, dove l’esatto svolgimento delle azioni non è così influente: quello che conta è il senso d’insieme che si ricava dalla scena.
Alcuni critici mettono le opere di Carter sullo stesso piano della fan fiction, che non è proprio un complimento, e probabilmente non hanno del tutto torto, perché a volte l’entusiasmo gli prende la mano: ma nell’insieme i suoi libri, e questa serie in particolare, sono non solo delle ottime letture d’evasione ma anche dei validissimi esempi di fantasy eroico, di un tipo magari più rozzo e meno originale – nel quale non conta tanto la qualità della storia quanto le emozioni che la narrazione riesce a trasmettere – ma tutt’altro che sgradevole.

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